Reddito di cittadinanza, reddito minimo garantito, salario minimo. Cosa sono e le loro differenze

Reddito di cittadinanza, reddito minimo garantito, salario minimo. Cosa sono e le loro differenze
marzo 07 08:01 2017 Print This Article

Articolo già apparso su ‘Il Bolognino’ a maggio 2013 (http://www.ilbolognino.info/item/198-reddito-di-cittadinanza-reddito-minimo-garantito-salario-minimo-cosa-sono-e-le-loro-differenze), oggi più attuale che mai.

La situazione lavorativa e sociale in Italia sta prendendo tinte fosche, ed è un prodotto di decisioni economiche fallimentari europee (austerità) e nazionali. La risposta di parte della politica è togliere l’Imu, cioè una delle poche imposte che colpiscono la rendita invece che il lavoro e i consumi. Per fermare il declino si parla spesso di “nuovo welfare”. Si discute spesso e impropriamente di Reddito minimo di cittadinanza, Salario minimo, Reddito di garanzia, confondendo le tre misure. Qui di seguito provo a fare chiarezza terminologica e contenutistica, senza pretesa di esaustività.

Reddito minimo di cittadinanza: E’ una misura di welfare state, universalistica e non selettiva. Nel senso in cui lo definisce il M5S, è un livello di reddito garantito dallo Stato a tutti indipendetemente dalla loro situazione lavorativa e patrimoniale. Si tratterebbe perciò di arrotondare i redditi di tutti gli italiani con soldi pubblici, fino a portate tutti i redditi ad esempio a 1000 euro al mese. Se per reddito minimo di cittadinanza intendiamo questo, allora intendiamo qualcosa di utopistico – idealistico e perciò non realizzabile (costerebbe 300 miliardi di €, il 20% del Pil, una follia) e dal punto di vista economico sarebbe una sciagura, scaricando sempre più sullo Stato l’onere di provvedere ai cittadini e deresponsabilizzando ancora di più il settore imprenditoriale, che potrebbe contestualmente non investire più, e magari ridurre ulteriormente gli stipendi, tanto ci pensa lo Stato.

 

Reddito minimo garantito o Reddito di garanzia: E’ un programma di welfare universalistico e selettivo.Inoltre è presente in tutto il mondo occidentale (Ue+Usa+Canada+Australia), e che ha fatto crescere le economie che l’hanno introdotta, parallelamente ha fatto aumentare gli stipendi e non ha creato nuova disoccupazione.

L’RMG da un piccolo reddito a coloro che si trovano momentaneamente senza reddito, perché hanno perso il lavoro o perché il contratto precario è scaduto. Fornisce un reddito minimo che copre solo i bisogni primari di vitto per impedire che l’assistito possa rifiutare il lavoro, ed è perciò una misura valida per un ridotto numero di mesi, nei quali, nelle moderne democrazie, il disoccupato non è lasciato a se stesso ma viene introdotto in percorsi di riqualificazione atti a rimmetterlo al più presto nel mercato del lavoro.

 

A chi dare questi soldi: Il RMG può essere selettivo per quanto riguarda la situazione patrimoniale dell’individuo o per quanto riguarda la sua età anagrafica. Se l’RMG fosse tarato in base al reddito, in Italia rischierebbe di non coprire ugualmente tutti i bisognosi, per via del fatto che stabilire a quanto ammonta effettivamente il reddito di una persona è assai complicato: evasione fiscale e redditi famigliari spesso mascherano situazioni di ricchezza tingendoli di falsa povertà e viceversa. Nei paesi dove funziona meglio, il RMG è rivolto ai giovani – ed è quindi selettivo sì ma dal punto di vista anagrafico – e non redittuale, cioè viene erogato indipendentemente dal reddito della famiglia d’origine. In questo modo si spinge il giovane ad ottenere un’autonomia piena dalla propria famiglia, nonché una rete di salvataggio qualora il soggetto si trovi senza un reddito ma non possa percepire sussidi di disoccupazione, che in Italia sono appannaggio solo di coloro che hanno contratti di lavoro non precari. I precari sono sempre esclusi dai sussidi di disoccupazione e dalla Cig. Pertanto l’RMG potrebbe essere la misura che va ad alleviare situazioni di disagio grave, che tuttora finiscono sulle spalle delle famiglie di origine o nelle cronache nere dei quotidiani.

In Italia invece si sta discutendo un RMG che vada a sostituire tutte le altre forme di welfare state compresi sussidi di disoccupazione e Cig. C’ha provato il ministro Fornero con l’Aspi, con risultati scarsi. In questo caso si tratterebbe di un RMG per tutta la popolazione e non solo per i giovani. Tale misura potrebbe avere effetti distorsivi sul mercato del lavoro e costare una montagna di soldi pubblici. Inoltre richiederebbe una riforma generale degli ammortizzatori sociali, cioè un intervento giuridico e normativo assai lungo e complicato.

 

Dal punto di vista economico, l’RMG, se applicato solo alla fascia d’età giovanile è uno sprone all’economia,perché fornisce reddito a chi non ce l’ha, facendo ripartire i consumi. Le giovani coppie avendo maggiori sicurezze potrebbero decidere di creare nuove famiglie e far crescere la natalità (fare più figli). L’RMG andrebbe a migliorare le condizioni del mondo del lavoro, rendendolo meno duale: se i giovani sono meno ricattabili perché non più costretti ad accettare qualsiasi lavoro purché gli dia un reddito, questo porterebbe sul medio periodo il settore privato a ri-orientare le proprie politiche di gestione delle risorse umane nel senso di ridurre lo sfruttamento dei giovani lavoratori. Con l’RMG potrebbe sparire anche il fenomeno indecoroso deiWorking poor, ossia quella fascia crescente di lavoratori che hanno uno stipendio e un lavoro, ma che nonostante questo sono poveri perché lo stipendio è troppo basso e finiscono per affollare le mense Caritas.

 

Quanto costa, chi paga: L’RMG è sostenibile, costa tanto quanto le superpensioni. Gli studi più credibili sono stati fatti da Tito Boeri e Roberto Perotti e quantificano l’esborso pubblico in 8- 10 miliardi l’anno se la misura coprisse una fascia d’età ampia ma a basso reddito. Potrebbe costare 15 – 20 miliardi di € l’anno se, come abbiamo auspicato poco più sopra, l’RMG fosse fornito a tutti coloro che non hanno un reddito e avesse un assegno pari a 400 €/mese per la fascia d’età 16 – 35, con accesso universalistico. Qualche missione “di pace” e qualche pensione d’oro in meno e i soldi ci sono già.

L’RMG in Italia è fortemente osteggiata anche dalla vulgata popolare: “se si danno dei soldi ai giovani per non lavorare, questi non cercheranno più lavoro”. Tesi largamente smentita dai dati e dalle esprerienze europee. Da considerare che non si tratta di pensione, ma di misura che ha un periodo di intervento limitato: 6-12 mesi. L’RMG c’è in tutti i paesi europei, esclusa Italia, Grecia e Ungheria; la stessa Commissione Europea ne chiede l’introduzione in Italia, ma i governi fanno orecchi da mercante. Inoltre in nessun paese i giovani smettono di cercare lavoro solo perché nel momento del bisogno non restano soli.

 

 

Il Reddito Minimo Garantito sconta la fiera opposizione di Confindustria e Sindacati. Confindustria, e altre confederazioni sono contrarie, perché se applicata, l’RMG ha l’effetto indiretto di aumentare le retribuzioni orarie. Nessuno accetterebbe lavori malpagati a 400 € al mese per 8 ore di lavoro. Ma neanche per 500. Dove applicato il Reddito Minimo Garantito ha fatto crescere tutte le retribuzioni. Le aziende ovviamente preferiscono retribuzioni basse.

I sindacati – Cgil Cil Uil e Ugl sono fieramente contrari al RMG perché hanno paura di perdere la centralità politica che hanno avuto finora. Pensano che l’introduzione possa intaccare la centralità del contratto nazionale (centralità ormai già intaccata dal articolo 8 di Sacconi e dalla riforma Fornero), ma soprattuto hanno timore che una simile misura dia loro meno potere contrattuale dando più potere contrattuale agli individui (giovani). Se, infatti buona parte della popolazione lavorativa disponesse di questa misura di salvataggio potrebbe sentirsi libera di cambiare lavoro e licenziarsi qualora il lavoro non piaccia, far valere la propria professionalità e perciò essere anche meno dipendente dalle decisioni contrattuali decise dal sindacato in sede di contrattazione aziendale, locale o nazionale.

 

 

Salario minimo: Il salario minimo non è una misura di welfare state come le precedenti ma un livello minimo di reddito da lavoro orario, stabilito per legge. E’ perciò una misura di tipo giuridico, non assistenzialistico. Presente principalmente in nord europa – cioè nei paesi scandinavi che hanno i migliori sistemi lavorativi del mondo – e nei paesi anglosassoni. Negli USA il salario minimo prevede che qualunque lavoratore debba essere retribuito con una paga minima oraria di 7 dollari /l’ora per qualsiasi tipo di mansione o di inquadramento. Una simile misura potrebbe essere utile anche in Italia vista la babele di contratti, perché andrebbe a sostenere i lavoratori a basso reddito e sarebbe per essi una garanzia. Il sindacato è assolutamente contrario a una sua introduzione, per gli stessi motivi sopra spiegati per il reddito minimo garantito: toglierebbe centralità al contratto nazionale, cioè toglierebbe loro potere.

 

Reddito minimo di cittadinanza e Reddito di garanzia sono misure di welfare state di tipo avanzato: l’una inattuabile, l’altra attuabile e fortemente auspicabile. Il Salario minimo, invece, è una misura giuridica, che però è in netto contrasto con la tradizione del nostro diritto del lavoro che affida la definizione dello stipendio ad un contratto tra parti sociali e non alla legge.

Alcune di queste misure sono di tipo universalistico (Reddito min di cittadinanza e Salario minimo), altre favoriscono esplicitamente e in modo tattico, l’entrata dei giovani nel mercato del lavoro (Reddito di garanzia per i giovani) e sono perciò preferibili. Tutte le misure sopra indicate scontano la fiera e arcigna opposizione da parte delle “parti sociali”, sindacati e Confindustria e di buona parte della classe politica. La stessa che vuole favorire la rendita al lavoro, la stessa che chiede di togliere l’Imu. E questo fa capire quanto l’introduzione di alcune di queste misure – Reddito di garanzia e Salario minimo su tutte, potrebbe avere effetti rivoluzionari sul nostro sistema lavorativo ingiusto e ingessatto, rendendolo meno ingiusto e meno ingessato.


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Paolo Perini
Paolo Perini

Paolo Perini, classe 83, è laureato magistrale in scienze politiche e giornalista dal 2014. Nato a Trento, dove attualmente risiede. In ambito giornalistico ha lavorato per due anni a radio Città Fujiko e ha scritto per il Corriere del Trentino, dorso de Il Corriere della Sera, per numerose agenzie di stampa e collaborato con Piazza Grande. Attivo in ambito politico dall’età di venti anni.
Attualmente si occupa di web marketing e comunicazione aziendale. Nel giornalismo i suoi campi d’elezione sono la politica interna ed estera e il rapporto tra il potere e l’informazione.

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