R.I.P. Italicum

R.I.P. Italicum
giugno 27 07:44 2017 Print This Article

Lettera apparsa sul quotidiano”IlTrentino” del 12 giugno 2017.


Caro direttore,

adesso che si avvicina il varo di una nuova legge elettorale per la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica, mi sento di scrivere un de profundis postumo sulla breve vita, anzi la premorienza, dell’Italicum. Lo faccio a partire da una definizione di Stefano Folli su la Repubblica del 6 marzo 2017, che mi aveva assai colpito, perché parlava di uno “schema farraginoso e ingiusto alla fine dichiarato incostituzionale”. Mai definizione mi era parsa più abborracciata, tanto che da un commentatore così avveduto mi sarei aspettato un giudizio più equilibrato e cercherò di spiegare il perché.

La bocciatura referendaria della riforma costituzionale del 4 dicembre 2016 era stata un colpo mortale per un provvedimento pensato per l’elezione di un solo ramo del Parlamento, ma esso avrebbe potuto vivere se la sentenza della Corte Costituzionale, emessa alcuni mesi dopo, non avesse rilevato una incostituzionalità per così dire “a buon mercato”. La Corte, infatti, non aveva dimostrato quella saggezza che dovrebbe ispirare chi sente fortemente la spinta innovativa di una società. All’inizio, si era attardata a fissare la data della discussione della legge elettorale oltre l’appuntamento referendario, con la giustificazione, poco plausibile, di non voler interferire sull’appuntamento referendario, quando mille anticipazioni giornalistiche avevano puntato il dito sul più facile quesito di incostituzionalità, ovvero la mancanza di una soglia minima per consentire il premio di maggioranza per chi fosse risultato il vincitore nel ballottaggio tra le due liste più votate. È ben vero che nel caso di specie si sarebbe introdotto nel nostro diritto il ballottaggio non per eleggere un organo monocratico, come un Sindaco o un Presidente di Regione, ma un collegio e, tuttavia, o il diritto evolve o il diritto resta fissato a cardini che poco hanno a che fare con sperimentazioni coraggiose del nuovo: il riconoscimento di diritti civili, prima negletti e definiti contro natura, sono lì a dimostrarlo. Ma torniamo velocemente alla soglia, per domandarci se i giudici costituzionali sanno di matematica o di calcolo probabilistico o no. Propendiamo per la seconda ipotesi. Con un numero di liste numeroso è pacifico che ci sarebbe una notevole dispersione del voto, fino ad immaginare, in astratto, che solo una o più liste potrebbero superare la soglia del 20%. Le recenti elezioni in Francia sono, in proposito, una perfetta cartina di tornasole. Ora i giudici costituzionali si sono posti o no il problema che si sarebbe dovuto fissare una soglia minima per almeno due liste, perché in caso contrario il ballottaggio non sarebbe stato possibile e le elezioni si sarebbero ripetute all’infinito, fino a che non una ma due liste avessero superato la soglia minima. L’incongruenza è evidente, ma anche il battage sulla possibile vittoria del M5S, può avere avuto un effetto subliminale sul giudizio dei custodi della carta. I quali non hanno di certo brillato conservando la soglia del 40% per la concessione del premio di maggioranza al 55%, quasi a significare che, in fondo, non era poi così arbitrario porlo come soluzione di governabilità del Paese, mentre lo era l’assenza di una soglia minima. E che dire poi di quella sorta di riffa (sorteggio, sic!) proposta dalla Corte per aggiudicare, al secondo candidato in lista, i collegi da assegnare nel caso di plurima elezione del capolista, nei dieci collegi in cui poteva presentarsi.

Ma c’è di più, e qui non è in causa la Corte: si è scritto che le leggi per le due camere debbono rassomigliarsi, se non essere uguali. Si è detta una solenne bestialità! Mai, le due leggi elettorali hanno avuto il medesimo testo, prima di tutto perché gli elettori sono diversi per età del primo voto: 18 anni compiuti versus 25 anni compiuti, poi perché l’una è su base nazionale, l’altra è su base regionale e assai differente è stato, storicamente, il metodo per l’assegnazione dei seggi. Per omogeneizzare due percorsi elettorali così diversi ci vorrà una vera impresa da alchimista per trovare la quadratura del cerchio. Non è un caso che, dopo un fuoco di fila di entusiasmi sul sistema “si fa per dire tedesco”, stiano scoppiando tra singoli esponenti del “patto di ferro” non una ma tante perplessità: si fiuta l’imbroglio, il giochetto della soglia minima (5%) di ingresso trattabile, si ritorna su un, magari piccolo, premio di maggioranza.

Tra pochi giorni, ci è stato promesso, gli italiani sapranno che cosa sarà loro ammannito come legge elettorale. Il rimpianto per un testo di legge maggioritario, basato su liste e non su coalizioni, diventa ancora più forte, ma l’ansia di contarsi sembra prevalere su tutto. Chissà se la pletora di costituzionalisti che hanno concorso al fallimento del referendum confermativo della riforma costituzionale, oggi silenziosi, si interrogheranno sul “combinato disposto” della loro iniziativa con la palude di ingovernabilità in cui stanno precipitando il Paese. È necessario domandarsi se la Corte non sbagli mai. Se è il consesso di un museo, com’era un tempo questa illustre istituzione, allora non abbiamo più speranze: la conservazione dello status quo ante è la legge scritta sulla pietra, come i comandamenti di Mosè; se, per converso la società che cambia vertiginosamente la induce a riflettere sulla necessità di non interferire con sentenze che umiliano la volontà di cambiamento espressa dalla politica per il bene del Paese, allora è possibile ancora sperare.

view more articles

About Article Author

Attilio Solari
Attilio Solari

Attilio Solari, pensionato e, dunque, ex di ruoli diversi vissuti con impegno. Iscritto nel PDt dalla sua fondazione e componente del direttivo del Circolo di San Giuseppe-Santa Chiara in Trento

View More Articles