Presidenziali francesi, uno sguardo alla vigilia del voto

Presidenziali francesi, uno sguardo alla vigilia del voto
aprile 18 09:43 2017 Print This Article

A meno di due settimane dal primo turno della presidenziale francese – “la nuova rivoluzione francese” come titolò The Economist qualche settimana fa – le premesse per una potenziale svolta epocale nella politica francese restano intatte così come le nuvole minacciose sul futuro dell’Europa.
Quattro candidati sembrano ormai destinati alla corsa per il secondo turno. Nell’era del Brexit e di Trump i sondaggi da tempo valgono poco, ma la percezione nel Paese e nei media non è molto differente.

 

Il progressista social-democratico pro Europa Emmanuel Macron e la campionessa della preferenze francese Marine Le Pen sono i due front runners che tuttavia stentano a mantenere una dinamica ascendente. Entrambi appaiati intorno al 23 % delle intenzioni di voto, solo Le Pen può beneficiare di un grado di fedeltà del proprio elettorato potenziale ( 75% per la Le Pen, meno della metà per Macron) tale da evitare un tracollo nelle urne.

I due inseguitori: il candidato della destra repubblicana Francois Fillon e il leader della Francia “Insoumise” (la Francia “non sottomessa”, ribelle? ) Jean-Luc Mélenchon. Appaiati intorno al 18% sono agli antipodi, ma forse neanche tanto. Visto il successo del nazionalismo populista della Le Pen, chi più chi meno tutti gli altri candidati hanno riscoperto il “patriottismo” che, ad esclusione di Marcon, si declina in un certo anti-Europeismo. Fillon e Mélenchon tingendolo di vene golliste. Macron sembra restare l’unico che abbia il coraggio di immaginare la Francia parte integrante e non “revanscista” del progetto europeo per quanto perfettibile.
Fillon ha dalla sua un grado di adesione “a prescindere” dei propri elettori dichiarati simile a quello di Marine Le Pen che in un’elezione dove più di un terzo degli elettori si dice indeciso può risultare decisivo. Nelle primarie dei Repubblicani riuscì ad imporsi su Juppé e Sarkozy partendo da terzo nei sondaggi.
Una notazione merita lo strumento delle primarie come modalità di selezione democratica all’interno di una comunità che dovrebbe essere unita da lealtà reciproca e comunanza di valori. Anche in Francia si sono rivelate un modo per cristallizzare ed esacerbare le rivalità interne ai partiti maggiori. Fillon ha ricevuto un sostegno tardivo e tiepido da parte dei suoi concorrenti al-

l’interno dei Républicains (Juppé e Sarkozy). La sua non progressione è certo il risultato di una gestione disastrosa del dossier “Penelope” sul presunto impiego fittizio, ma lautamente remunerato della sua consorte. Sicuramente la potente macchina organizzativa dei Républicains non sta girando a pieno regime e c’è chi descrive un Sarkozy in imboscata in chiave presidenziale 2022.

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Mélenchon, da toni savonaroliani, agita il ramoscello d’ulivo (domenica a Marsiglia davanti a diverse decine di migliaia di persone), ma parla da tribuno. Sorpassa di un’incollatura Fillon e, forte di una buona performance televisiva nel dibattito a 11 (il marchese De Sade avrà apprezzato lo spettacolo di arte varia condizionato, verso il basso, dalla presenza di 11 candidati, 4 dei quali si spartiscono più dell 80% delle intenzioni di voto), si appresta a tirare una volata. Speriamo che non si accorgano che sommando gli score potenziali degli altri due candidati di estrema sinistra sarebbe già a ridosso di Le pen e Macron.

 

E il Partito Socialista (PS)? Sembra fuori dalla corsa: sfiancato da una presidenza Hollande che sarà ricordata – per il momento – come una delle meno comprese dai francesi (forse anche per le enormi aspettative che aveva suscitato); frastornato dalla vittoria alle primarie del candidato meno carismatico tra tutti, Benoit Hamon, tradito dalla pugnalata alla schiena di Manuel Valls e di tanti altri che sono montati sul carro di Emmanuel Macron (dopo averlo biasimato per la scelta di lasciare il governo per “mettersi in proprio”). Come naufraghi in cerca disperatamente di un appiglio, i troppi transfughi sul battello di “En Marche” potrebbero far affondare proprio la nuova creatura politica, ricordando ai Francesi il passato hollandiano di Macron.

 

Ma la partita francese si gioca in due parti (ognuna composta da due atti). Dopo i due turni della Presidenziale (23 aprile e 7 maggio) i francesi saranno chiamati a dare al neo eletto Presidente una maggioranza parlamentare con la quale fare i conti. L’11 e il 18 giugno si tengono le elezioni legislative per il rinnovo dell’Assemblea nazionale. Tra i quattro candidati in lizza solo uno ha dietro di sé una forza politica capace di dare nelle legislative una maggioranza coerente. Ne il Front National di Marine Le Pen, ne la France Insoumise di Mélenchon o En Marche di Macron sono organizzati e sufficientemente radicati nel territorio per vincere i duelli uninominali per l’elezione dei deputati.

 

All’incertezza sulla personalità del nuovo o della nuova Presidente francese si aggiunge il rischio che lui o lei non abbiano una maggioranza con la quale poter governare.

 

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Piero Messina
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Piero Messina vive a Parigi ed è un funzionario internazionale.

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