Perché non dare 500€ a Homer Simpson – considerazioni economiche sul reddito di base PARTE II

Perché non dare 500€ a Homer Simpson  – considerazioni economiche sul reddito di base PARTE II
giugno 06 08:56 2017 Print This Article

Riprendiamo le considerazioni iniziate la settimana scorsa sul reddito di base, andando più in profondità su pro e contro – di Lorenzo Borga:

 

Un buon approccio per valutare le possibilità di introdurre un reddito di base è valutare la sua efficienza ed efficacia relativamente agli obiettivi di policy che gli si intende attribuire. Vediamoli uno ad uno.

  • Contrastare la povertà – se intendiamo il reddito di base come strumento per contrastare la povertà e dare sostegno alle fasce più deboli della popolazione abbiamo probabilmente sbagliato strada. Garantire la stessa quantità di denaro a tutti piuttosto che intervenire con sussidi mirati, più consistenti per i più poveri e progressivi sulla base del reddito, risulta probabilmente efficace – destinando, ad esempio, 500 euro al mese a tutti i cittadini si aiutano anche i più poveri – ma davvero inefficiente, poiché si sarebbe potuto spendere molto meno e destinare maggiori fondi alle famiglie nelle classi più basse eliminando i trasferimenti ai più ricchi;

  • Contrastare la diseguaglianza – altro tema scottante degli ultimi anni è quello del contrasto alle diseguaglianze economiche, in particolare nel reddito. Ma anche in questo caso il reddito di base incondizionato potrebbe probabilmente aiutarci ben poco. Esiste un indice statistico per valutare la distribuzione dei redditi: l’indice di Gini, che in Italia si attesta oggi al valore di 0,34, lungo la curva blu (0 è il valore di egual distribuzione, 1 di massima concentrazione del reddito in poche mani; nel grafico, più la curva è vicina alla bisettrice più la distribuzione è equa, più ci si allontana maggiore è la concentrazione). Ebbene dopo l’applicazione di un reddito di base di 500 euro al mese per tutti, tale indice in un modello di simulazione simile alla situazione italiana raggiungerebbe lo 0,29 (curva rossa). E con un sussidio – a parità di spesa per lo Stato – maggiore per i più poveri che via via diminuisce al crescere del reddito fino ad azzerarsi per coloro che guadagnano più di 2500 euro? In questo caso l’indice di concentrazione di Gini si ridurrebbe ulteriormente a 0,20 (curva verde), cioè a un valore contraddistinto da minore diseguaglianza rispetto sia allo scenario iniziale che a quello raggiunto dal reddito di base;

 

  • Sostenere la domanda ed i consumi – ancora, immettere 200-300 miliardi nel sistema economico può forse rilanciare i consumi, ma si potrebbe raggiungere lo stesso risultato con una spesa per lo Stato molto minore. È infatti accertato che minore è il reddito di cui si dispone, maggiore è la sua quota che viene destinata ai consumi. Chi non si può permettere di risparmiare userà l’intero proprio reddito per acquistare cibo e altri generi di consumo, a differenza di Briatore – preso ad esempio – che può investire gran parte delle sue entrate e risparmiarle. Perciò per ottenere un risultato più efficiente sul lato dei consumi potrebbe essere più azzeccata una forma di sussidio che coinvolga solo la classe medio bassa della popolazione: così una quota maggiore del sussidio distribuito andrebbe ad attivare il circolo dei consumi. In questo caso inoltre alcune forme di finanziamento del reddito di cittadinanza potrebbero ritorcersi contro l’obiettivo di spingere i consumi. Se infatti la spesa aggiuntiva per lo Stato fosse coperta da un aumento notevole della tassazione questo potrebbe portare a movimenti recessivi compensativi rispetto al sussidio erogato; nel caso invece di immissione di liquidità fresca vi sarebbero elevati rischi inflazionistici, che potrebbero avere effetti negativi sugli stessi consumi;

 

  • Probabilmente la ragione a favore di cui più avete letto negli ultimi mesi è la disoccupazione tecnologica. Vale a dire la perdita di posti di lavoro dovuti alla robotizzazione, talmente elevata da espellere i lavoratori umani dal sistema produttivo, sia manifatturiero che – successivamente – per le mansioni meno ripetitive. Ad oggi però non vi è evidenza empirica: le passate rivoluzioni tecnologiche, nonostante i timori e le paure dei luddisti, portarono ad un aumento del tasso di occupazione e soprattutto della qualità del lavoro umano. Ma non solo: i più grandi economisti, Ricardo, Mill ed anche Marx, teorizzarono il raggiungimento di uno stato stazionario in cui la crescita economica avrebbe raggiunto il suo culmine ed il progresso sarebbe terminato. Tutti e tre sbagliarono, per un semplice motivo. Non presero in considerazione l’innovazione tecnologica, che – a dispetto delle loro aspettative – aumentò la produttività dei lavoratori migliorandone le condizioni sociali ed economiche. Tornando ai giorni nostri, nonostante le grandi paure, il tasso di occupazione in Europa, negli Stati Uniti ed anche in Italia negli ultimi 30 anni non mostra trend negativi che possiamo attribuire alla disoccupazione tecnologica, ma anzi dove non è stabile è cresciuto. Forse, in un mondo futuro in cui il lavoro scomparirà il reddito di base ci apparirà un ovvio strumento per sostenere la vita umana. Ma oggi certamente così non è;

 

  • Ultimo possibile obiettivo del reddito di base è intrigante. I suoi sostenitori infatti prevedono che con un sussidio mensile garantito a tutti potrebbe fornire maggiore potere contrattuale al lavoratore, offrendogli la libertà di scegliere un’occupazione davvero incline alle proprie attitudini e gusti e di poter investire in percorsi imprenditoriali più rischiosi ed innovativi. Tuttavia esiste anche un’altra via assai meno costosa per garantire maggiore flessibilità nel mercato del lavoro ed aumentare la forza contrattuale del lavoratore: le politiche attive del lavoro. Vale a dire corsi di formazione e percorsi personalizzati di attivazione per lavoratori che intendono o sono costretti a cambiare occupazione. Hanno inoltre il pregio di non disincentivare l’offerta di lavoro (cioè la disponibilità ad impiegare ore del proprio tempo nel lavoro), come invece potrebbe fare il reddito di cittadinanza garantendo una quota di reddito slegata dal lavoro.

Certo, il reddito di base porterebbe anche dei benefici, in particolare nella sua erogazione. Ad esempio potrebbe abbattere i costi per l’amministrazione pubblica, che non avrebbe più bisogno di accertamenti e controlli per verificare le procedure di chi richiede sussidi con requisiti d’accesso. Per lo stesso motivo, limiterebbe l’ingresso nella sfera della privacy dei contribuenti. Sono molti infatti gli studiosi che da tempo spingono per l’introduzione del reddito di base: tra i più efficaci compare Emanuele Murra, il quale nel paper “Ragioni differenti per una proposta condivisa – reddito di base e consenso per intersezione” espone i punti a favore della proposta. Una proposta, quella del reddito di cittadinanza, oggi certamente utopica. Domani chissà.

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Lorenzo Borga
Lorenzo Borga

Lorenzo Borga è collaboratore del quotidiano Il Foglio. 20 anni, studia Scienze Economiche presso l’Università di Bologna, fact-checker de lavoce.info. Chi fosse interessato può scrivergli a borga.lorenzo@outlook.it e trovarlo su Twitter come @borga_lor

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