L’Europa ed io – spigolature di sessant’anni vissuti in parallelo con un sogno

L’Europa ed io – spigolature di sessant’anni vissuti in parallelo con un sogno
febbraio 28 10:30 2017 Print This Article

Ogni giorno, senza soluzione di continuità, quasi fosse un tormentone, i mass media nazionali e locali dedicano fondi, articoli, commenti, previsioni, sul destino dell’Unione europea. Si legge e si ascolta di tutto, anche da politicanti di scarso appeal con il problema, vivendo ormai nel nostro Paese una tuttologia a buon mercato, per cui un’opinione si chiede, anche al primo passante per strada, incredulo che a lui venga posta la domanda dicotomica “Ue sì – Ue no”. I bombardamenti quotidiani degli anti europei, giocati scientemente su verità parziali, ma anche su vere e proprie falsità, stanno creando lentamente un disamore per il grande sogno del dopoguerra di unire i paesi d’Europa.

Non ho ricette per cancellare questa deriva populista contro la quale si battono ormai forze politiche asfittiche, private da anni dei supporti ideologici o ideali atti a frenare una marea montante. Sembrano arrivati al pettine i nodi di una globalizzazione con poche regole, che ha portato con sé la conquista di migliori livelli di vita per milioni di persone e l’arretramento inaspettato di ceti mediani delle società sviluppate, martoriati dalle crisi economiche e dalla finanziarizzazione dei mercati. Cercare conforto in quel che si è vissuto è forse una piccola panacea per non soccombere all’inevitabile.

Ero un post-adolescente quando a Roma si firmò il trattato che dava vita alla Cee e all’Euratom, tra i sei paesi fondatori, proprio nello stesso giorno, il 25 marzo, del mio compleanno, a renderlo praticamente indimenticabile. Ne capivo solo parzialmente l’importanza e, forse, mi pareva solo una risposta al Comecon, nato molti anni prima nel blocco sovietico dell’Europa orientale, che mi aveva stupito per la sorte della Romania condannata, dalla pianificazione dirigistica, ad essere solo il granaio per tutti i paesi socialisti. C’è voluta una casuale conoscenza di una giovane tifosa del ciclista lussemburghese Jean Pierre Schmitz che aveva scritto allo ‘Sport illustrato’, per iniziare una corrispondenza, puramente epistolare, durata molti mesi, in cui lei ed io ci sentivamo già cittadini europei. E ancora più europei eravamo destinati a diventare quando sui giornali dell’epoca si potè leggere dell’interesse della Turchia ad entrare in Europa. Era, naturalmente, la Turchia laica e democratica erede di Mustafa Kemal Atatürk e non la Turchia islamica e illiberale di oggi. La storia, poi, ha quasi cancellato questa aspirazione e la Francia è stata la capofila dell’avversione verso il popolo anatolico. La stessa Francia ha fatto saltare, nel tempo, sia la creazione di una forza militare europea, sia la Costituzione europea, evocando il pericolo dell’invasione dell’idraulico polacco.

Sono andato troppo in avanti, quasi ai giorni nostri ma, dopo gli anni del sogno giovanile e l’entrata nel mondo del lavoro, ho potuto toccare con mano quanto fosse distante l’istituzione provinciale, ancora non battezzata “autonoma”, ma addirittura “Amministrazione provinciale” senza il simbolo di San Venceslao, come le vecchie province italiane, da quello che si muoveva nella Cee. È ben vero che si accoglieva qualche esponente italiano del Consiglio d’Europa, ma erano visite estemporanee e di cortesia. L’Europa dei sei era lontana. Ma forse il seme non era arido, se un funzionario, quasi motu proprio, incominciava a diffondere settimanalmente foglietti con le notizie dall’Europa. Intanto le Regioni confinanti comprendevano che l’Europa avrebbe potuto prendere slancio dalle loro iniziative di stimolo. Nasceva la Comunità di lavoro delle Regioni alpine, l’Arge Alp, europe in piccolo tra regioni, lander e il libero stato di Baviera. Il Trentino, il Tirolo e il Sud Tirolo, più o meno il vecchio Tirolo storico, si trovavano annualmente in incontri le cui sedi erano di volta in volta quelle del territorio ospitante. C’era entusiasmo per confrontare problemi similari nei campi nei quali il dialogo fosse possibile. Credo che l’Euroregione debba a queste iniziative trans-confinarie un po’ del merito per la sua nascita. Ad est, intanto, nasceva l’Alpe Adria, cui aderivano anche le repubbliche socialiste di Slovenia e Croazia nella allora Repubblica socialista federativa di Jugoslavia. Penso che anche queste aperture abbiano concorso alla inesorabile fine della repubblica balcanica. La Regione istriana, nata dopo la dissoluzione del Paese guardava ad ovest, all’autonomia speciale del Sud Tirolo, per trarne insegnamenti per la comune presenza di minoranze linguistiche e l’originale autonomia cui ha vanamente ambito in seguito. Il Trentino veniva, giustamente, bypassato non avendo da fornire, con le sue micro realtà ladine, mochene e cimbre, esempi da copiare.

L’Europa tornava ad essere un obiettivo cui dedicare grande attenzione perché offriva opportunità di investimenti con i fondi destinati alle aree sottosviluppate delle sue regioni. Nella Provincia autonoma le responsabilità erano disperse in vari settori dell’ente e i progetti venivano seguiti senza che ci fosse un organo a presiedere il tutto. Il dramma vero nasceva con la visita di chi doveva esaminare le carte dello stato di avanzamento dei lavori. La risoluzione del problema veniva messa in agenda con l’invio di un funzionario a Bruxelles. La scelta del profilo di professionalità del soggetto non è sempre stata felice, con un continuo tourbillon di persone inviate nella capitale belga e rientrate in tempi brevi, con il ricordo di un cielo perennemente grigio e la conseguente fuga verso il mare del Nord tra i sabati e le domeniche, e l’unica consolazione dei celebri cioccolatini. Poi, anche il pressapochismo è terminato, con l’istituzione di un servizio, che oggi si chiama Servizio attività internazionali, e una persona distaccata a Bruxelles per lungo tempo in comune con Bolzano e Innsbruck. Non ho elementi certi per dire come vadano le cose. Certo è che anche un nome così pomposo non modifica il ruolo un po’ laterale negli interessi prevalenti della politica provinciale, che vive su altri fronti, assai più concreti, anche in termini di consenso popolare.

Ho un po’ precipitato il finale sintetizzando decenni in poche righe ripercorrendo un rapporto tra il Trentino e l’Unione europea, più che quello tra me e il sogno. I sogni terminano all’alba, salvo quelli ad occhi aperti d’un celebre film del dopoguerra, ma dopo l’uscita dalla Ue della Gran Bretagna sembra sempre di più mettere in gioco l’idea di Stati Uniti d’Europa, sul modello americano, perché “l’Europa avrà ancora bisogno degli Stati” come prediceva, quasi tre lustri fa, Valery Giscard d’Estaing, Presidente della Convenzione europea, naufragata proprio nella sua Francia. Ahi Francia, quanti delitti compiuti contro uno sviluppo diverso dell’Unione europea!


 

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Attilio Solari
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Attilio Solari, pensionato e, dunque, ex di ruoli diversi vissuti con impegno. Iscritto nel PDt dalla sua fondazione e componente del direttivo del Circolo di San Giuseppe-Santa Chiara in Trento

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