Innovazione e tecnologia: dal futuro non si scappa…

Innovazione e tecnologia: dal futuro non si scappa…
Febbraio 28 10:32 2017 Print This Article

Un’interessante intervista su Radio24 a Marco Bentivogli, Segretario nazionale dei metalmeccanici della Cisl, riporta alla realtà e nel merito il bizzarro dibattito dei giorni scorsi su reddito di cittadinanza e tassazione sui robot per contrastare l’avvento delle nuove tecnologie nel lavoro.

Sorprende che al giorno d’oggi ancora qualcuno pensi seriamente che dall’innovazione e dal progresso ci si possa difendere nascondendosi, come se in un mondo globalizzato ed economicamente interconnesso come quello in cui viviamo, ci siano ancora spazi in cui potersi rifugiare ignorando il futuro.

Non è stata la troppa tecnologia a far calare in soli 15 anni dal 23% al 16% la quota di PIL nazionale del manifatturiero e di quasi 30 punti il nostro indice di produzione industriale. Mentre FIAT, a causa della scarsa innovazione dagli anni 80 al 2010 perdeva 50.000 dipendenti, in Germania con 10 anni di anticipo si gettavano le basi della manifattura del futuro con il programma industrie 4.0 che proprio sull’incentivazione e la promozione dell’innovazione (e non sulla sua tassazione) faceva leva per il rilancio dell’industria tedesca. Di quella visione a lungo termine sono figli gli ingenti investimenti per creare un ecosistema istituzionale, finanziario, formativo e imprenditoriale che fosse catalizzatore e motore della quarta rivoluzione industriale: dalla ricerca di base del Max Plankt Institute (83 istituti, 17.000 dipendenti, 1,6 miliardi l’anno di budget) a quella pre-competitiva dei Fraunhofer (67 istituti, 23.000 dipendenti, 2 miliardi l’anno di budget) le cui collaborazioni con grandi, piccole medie imprese e start-up, consentono oggi al solo settore automotive tedesco di generare ogni anno oltre 380 miliardi di ricavi, quasi 18 miliardi di investimenti dando lavoro a 93.000 ricercatori e garantendo quella marginalità (75.000 euro il Valore Aggiunto medio pro-capite prodotto da un operaio tedesco contro i 48.000 di un operaio italiano) necessaria per creare lavori di qualità e ben pagati; è forse questo il futuro di cui dobbiamo avere paura…?

In Italia è servita la rivoluzione Marchionne, l’introduzione spinta dell’automazione con il metodo WCM (di derivazione Toyota) e il coraggio del sindacalismo di frontiera della FIM-CISL con la guida dell’allora segretario nazionale per il settore automotive Bruno Vitali, a risollevare le sorti di un’azienda simbolo dell’industria italiana che nel 2004, sull’orlo del baratro, perdeva oltre 1 miliardo di euro l’anno. Fu grazie a scelte audaci che dopo le chiusure degli stabilimenti CNH di Imola, Termini Imerese e Irisbus (IVECO) di Avellino, che in FIAT (nel frattempo diventata FCA con l’operazione di acquisizione di Chrisler), si comincia a parlare di crescita con le nuove assunzioni, il progressivo assorbimento della cassa integrazione e la costante crescita delle vendite in Italia, in Europa e nel mondo. E è stato grazie agli investimenti tecnologici e nella formazione dei dipendenti che nel 2011 fu possibile il caso di back-reshoring della produzione di un’utilitaria (la nuova Panda), che passò dallo stabilimento polacco di Tichy a quello italiano di Pomigliano d’Arco, successivamente premiato come miglior stabilimento europeo per la produzione di auto.

L’Italia non è la Germania? È vero, per molti motivi, ma forse può essere addirittura migliore. Tra le 6 migliori provincie europee per Valore Aggiunto prodotto, ben 4 sono italiane: Brescia, Bergamo, Vicenza e Monza-Brianza; distretti di eccellenza (assieme a molti altri italiani) nei settori della meccanica, della chimica, dell’elettronica, dell’industria alimentare e del mobile che grazie al tessuto di medie piccole imprese, al radicamento territoriale garantito dalle proprietà familiari e alla diffusione locale di esperienza, competenza e del “saper fare” tutto italiano della manodopera, hanno superato la crisi aumentando ricavi, margini e occupazione con livelli minimi di delocalizzazione e un forte aumento dell’export.

All’Italia manca un giusto numero di grandi aziende globali capaci di competere con le economie di scala richieste dall’export extra europeo ed un piano per affrontare lo storico problema di arretratezza del mezzogiorno che pesa gravemente sulle medie nazionali, ma ha tutte le carte in regola per guardare al futuro e all’innovazione senza timore reverenziale alcuno. Serve invece curare i mali di una ancora diffusa cultura anti industriale di certa parte della politica, di qualche sindacato e di parte dell’imprenditoria. Non saranno sufficienti gli incentivi da soli, serve una visione di sistema e di indirizzo che punti chiaramente su un preciso modello di sviluppo industriale, il piano Calenda presentato lo scorso settembre è una grande occasione da cogliere e non sprecare. La tecnologia cancellerà molti posti di lavoro e ne creerà molti altri, necessari a soddisfare un mercato della domanda della classe media emergente che crescerà nei prossimi 15 anni dagli attuali 20 trilioni di dollari ai 60 trilioni di dollari (60 MILA MILIARDI DI DOLLARI) previsti nel 2030. Non essere della partita potrebbe avere un costo molto salato…

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Paolo Cagol
Paolo Cagol

Paolo Cagol è Segretario FIM CISL Trentino. 37 anni, dopo gli studi alla facoltà di Ingegneria di Trento impiegato tecnico presso un’azienda di prototipazione rapida quindi, dal 2010, operatore sindacale alla FIM CISL del Trentino dove dal 2014 si occupa, nell’ambito del progetto Forum Giovani Lavoro, anche dei temi dell’educazione e dell’orientamento al lavoro dei giovani. Nel 2016 ha curato la campagna “SOS VOUCHER, per un buon uso e contro l’abuso dei buoni lavoro”, tuttora in corso.

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