Infortuni sul lavoro: l’indignazione serve poco, se non c’è serietà

Infortuni sul lavoro: l’indignazione serve poco, se non c’è serietà
ottobre 10 07:35 2017 Print This Article

Alcune considerazioni sempre attuali su un problema che, purtroppo, continua a ripresentarsi  

 

Ad ogni grave infortunio sul lavoro si assiste ad una parata di “indignati”, a partire dal Presidente della Repubblica. Anch’io mi indigno, ma della poca serietà con cui si commentano questi gravissimi episodi.

 

Quello che mi colpisce soprattutto è l’ignoranza della cultura della sicurezza: non solo tra i datori di lavoro che, per questo, a ragione sono spesso indicati come responsabili delle tragedie; ma anche tra quelle forze (burocrazia, sindacati, governo e opinione pubblica) che sono convinte che basti, come diceva il Presidente Napolitano, “far rispettare le norme sulla sicurezza del lavoro e fare controlli attenti e rigorosi”. Tutti costoro, basta leggere le interviste sui giornali, puntano il dito sullo sfruttamento, sul precariato, sul lavoro nero, senza alcun riscontro oggettivo, né pratico né teorico. E così si alimenta la rappresentazione ottocentesca (ben due secoli fa!) del padrone delle ferriere, demonizzando il profitto e l’efficienza, e insinuando come rimedi “il controllo sociale” e “la delazione”: magnifici strumenti in voga nei regimi che ci hanno portato Černobyľ e altri disastri.

 

Questa è demagogia pura, basterebbe leggere i dati di studi seri sull’argomento (guarda caso tutti di origine anglosassone) da cui risulta inequivocabilmente che, nella nostra Società evoluta, il primo ad essere danneggiato dalla mancanza di sicurezza sul lavoro è il profitto. La cosa è dimostrata anche dai grossi budget indirizzati dalle grandi aziende in questa direzione e dal fatto che, nei paesi anglosassoni, dove il lavoro è assai più precario e c’è più attenzione al profitto, gli infortuni sono assai più bassi che da noi. Questo deve far riflettere sul fatto che il gap non sta nell’applicazione delle norme, ma nella formazione. Specialmente importante è la formazione di dirigenti (privati, pubblici e sindacali) e delle maestranze, compresi artigiani e contadini, ad una cultura della sicurezza, che non si deve limitare ai luoghi di lavoro, ma estendersi alle case ed alle strade: non dimentichiamo che la maggioranza degli infortuni avviene tra le mura domestiche e sulla strada.

 

Assai meno importanti sono le verifiche del rispetto delle norme, il più delle volte a cura di burocrati senza esperienza, raramente in grado di incidere sull’efficacia dei sistemi di sicurezza aziendali. La cultura della sicurezza non è fatta di proclami e indignazione, ma di studio, formazione e comunicazione di dati e statistiche, in una parola: serietà.

 

Alcuni suggerimenti, se pur da un pulpito parziale di un ingegnere pensionato dopo una vita passata nei laboratori e nei controlli di qualità e sicurezza:

  • spogliamo il problema dai pregiudizi ideologici, badiamo all’efficacia misurabile delle azioni da intraprendere;
  • diamo la massima pubblicità alle disgrazie al momento in cui ne sono state chiarite le cause ed i responsabili (i telegiornali dovrebbero dare come prima notizia non la tragedia appena accaduta, ma quella appena chiarita);
  • diamo la massima pubblicità alle statistiche sugli infortuni e soprattutto alle cause appurate degli stessi;
  • al posto delle esternazioni in occasione delle tragedie, il Presidente istituisca un premio per le opere di educazione alla sicurezza e conferisca onorificenze a chi ottiene risultati eccezionali in questo campo.
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Ezio Trentini
Ezio Trentini

Ezio Trentini, ingegnere, dirigente industriale in pensione, 40 anni di attività nel campo della ricerca e della sperimentazione. Arrivato al PD quattro anni fa, quando Renzi ha lanciato la sua sfida per cambiare l’Italia. Coordinatore del Comitato Bastaunsì Valdinon. Dopo la bocciatura del referendum sarà molto più dura, ma forse siamo ancora in tempo. Da poco segretario del Circolo PD val di Non.

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