Dalle mazzette ai Bitcoins: evoluzione e smaterializzazione dello scambio corruttivo, la nuova sfida della lotta alla corruzione

Dalle mazzette ai Bitcoins: evoluzione e smaterializzazione dello scambio corruttivo, la nuova sfida della lotta alla corruzione
luglio 04 06:39 2017 Print This Article

In un post precedente (che potete leggere qui) ho descritto l’evoluzione corruttiva, mettendo in relazione i cambiamenti “macro” ai cambiamenti “micro”; ho sottolineato come questi ultimi siano a loro volta influenzati dalle trasformazioni del quadro politico, istituzionale o tecnologico. Con questo post voglio meglio comprendere in quale modo l’informatica ed il web – soprattutto nella forma anarco-piratesca del dark webpotrebbero trasformare la forma delle mazzette.

 

La storia italiana offre una panoramica significativa delle risorse scambiate in un contesto corruttivo, dalle più semplici alle più complesse. Al primo estremo troviamo la mazzetta di banconote disposte dentro una busta o una valigetta; forma primitiva quanto efficace, fa la sua comparsa fin dall’alba di Mani Pulite. L’evoluzione naturale di questa forma di scambio è rappresentata dai borsoni pieni di banconote rovesciati sui tavoli e sulle scrivanie di boiardi di Stato, burocrati e notabili di partito. Nel corso dell’indagine che scosse dalle fondamenta la Repubblica italiana vengono poi disvelati i primi processi di sofisticazione del metodo corruttivo. I flussi di risorse si frammentano in molteplici rivoli, assumendo la forma di finanziamenti per case editoriali e testate di partito, per l’acquisizione di spazi pubblicitari su riviste o quotidiani, per il sostegno all’attività di propaganda. Divengono centrali i versamenti “estero su estero”, così come l’utilizzo di fondi neri, prestanome e paradisi fiscali. Comincia infine ad emergere – quale strumento di corruzione – l’utilizzo di contratti di consulenza per il trasferimento delle risorse illecite.

Vent’anni dopo Tangentopoli – quando la corruzione torna al centro della scena politica a causa di scandali ed inchieste – si assiste alla totale polverizzazione delle forme dello scambio. Le mazzette tradizionali vengono affiancate da “stipendi mensili” pagati dal corruttore al corrotto, e dalla condivisione di attività economiche, finanziarie ed imprenditoriali; vi è l’erogazione di benefici e favori, come l’assunzione di famigli e clienti; l’acquisto di case, appartamenti ed autovetture; il pagamento di lavori di ristrutturazione; la fornitura di arredi ed forniture; il finanziamento di viaggi, sedute di massaggi e prestazioni sessuali.

Alla luce di tutto ciò, come possiamo immaginare il futuro della corruzione e dei suoi processi di scambio? Sempre più frequentemente inchieste giornalistiche e giudiziarie stanno tratteggiando il ruolo che dark web e Bitcoins vanno assumendo nella promozione di pratiche illecite. Si immagini di essere davanti ad un iceberg. La parte emersa rappresenta il web che tutti conosciamo, fatto di motori di ricerca, immediatezza e tracciabilità. Scendendo sotto la superficie si incontrano altri due mondi, cioè il deep web – pagine internet non indicizzate dai motori ricerca – ed il dark web – pagine internet appositamente nascoste data la loro natura illecita -. Per accedere a questi spazi è necessario utilizzare specifici “portali”, quali il browser Tor, mentre pagamenti e scambi finanziari vengono portati avanti tramite i Bitcoins, vera e propria valuta virtuale creata nel 2009. Ogni singolo Bitcoins – generato da un algoritmo e “nascosto” nel web – è costituito da una stringa alfa-numerica che ne rende possibile l’identificazione nell’universo valutario virtuale. Questa crypto-valuta è già oggi utilizzata per il pagamento di innumerevoli servizi e beni illeciti e criminali; nulla nega che essa possa essere utilizzata per trasferire virtualmente le risorse illecite dal corruttore al corrotto. Invece che con le bustarelle, la condivisione di attività imprenditoriali o le consulenze, tali flussi illeciti potrebbero avvenire tramite il passaggio di Bitcoins da un computer all’altro: movimentati con una chiavetta USB o tramite sistemi peer-to-peer, depositati in un portafoglio anonimo nel dark web, trasferiti immaterialmente lungo la rete ADSL e la fibra ottica invece che attraverso i metodi tradizionali.

Questa innovazione rappresenta una sfida significativa per il lavoro di contrasto e law enforcement dell’Autorità giudiziaria e delle forze di Polizia, che dovranno adattare le loro strategie anti-corruzione alla liquidità, frammentazione ed anonimato dell’universo virtuale. Queste innovazioni porteranno poi alla trasformazione degli attori che operano nella rete al fine di facilitare lo scambio corruttivo. Con i cambiamenti sopra definiti, le consorterie, le cricche ed i trivellatori che controllano le reti illecite dovranno acquisire sul mercato illecito i servigi di nuovi crypto-professionisti, quali hacker, programmatori, esperti di dark web. Assieme alle figure tipiche della corruzione (commercialisti, banchieri, facilitatori), questi nuovi professionisti possono contribuire alla finalizzazione dello scambio corruttivo, data la loro abilità nel muoversi all’interno del mondo virtuale. Ognuno con il suo ruolo: i professionisti tradizionali accumulando fondi neri ed extra-bilancio; i crypto-professionisti facendoli scorrere lungo il dark web fin nelle tasche già gonfie di qualche oscuro personaggio, uguale ai tanti di cui parlano le italiche cronache contemporanee.   

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Jacopo Costa
Jacopo Costa

Jacopo Costa - nato nel 1985 a Riva del Garda - è dottore di ricerca in Sociologia e Studi Politici; i suoi principali campi d’interesse sono stati i conflitti civili e la violenza politica, lo scambio corruttivo e le reti criminali, e recentemente il commercio d’armi leggere. Dopo aver studiato a Bologna e Firenze, dove si laurea in Relazioni Internazionali nel 2010, lavora per circa un anno e mezzo in un’importante realtà imprenditoriale dell’Alto Garda. Qui si occupa soprattutto di comunicazione, marketing e sostenibilità. Nel corso del suo dottorato - svolto a Torino - passa due periodi all’estero come visiting researcher in importanti centri di studi criminologici a Boston e Montreal.

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