Autonomia: che senso ha avuto e può continuare ad avere? Riflessioni sulla Regione e il ruolo delle Province Autonome

Autonomia: che senso ha avuto e può continuare ad avere? Riflessioni sulla Regione e il ruolo delle Province Autonome
ottobre 31 12:44 2017 Print This Article

Col passare degli anni, le manifestazioni per la ricorrenza dell’avvento dell’autonomia si fanno sempre più rituali e povere di quelle valutazioni critiche che la complessità e la pregnanza politica del tema richiederebbero. Viene trasmessa una vulgata secondo cui il conferimento al Trentino di una autonomia speciale sarebbe il frutto, da una parte di una favorevole contingenza politica di carattere nazionale ed internazionale, e dall’altra, grazie al ruolo fondamentale di De Gasperi, al riconoscimento delle plurisecolari radici storiche delle istituzioni autonomistiche di questo territorio ed alle sue comprovate capacità di provvedere al proprio autogoverno.

L’analisi comporta un messaggio rassicurante che individua nella valorizzazione e nel rafforzamento di questi fattori la fondamentale garanzia per la sopravvivenza e lo sviluppo delle istituzioni autonomistiche.  E’ questa una versione semplicistica della genesi e della storia delle nostre istituzioni, la cui natura rassicurante contrasta con una serie di fattori politici (la ormai generale avversione in Italia alle autonomie speciali, e soprattutto a quella trentina, per citarne uno) che non lasciano spazio ad ottimismi di maniera. D’altronde, la stessa genesi della autonomia trentina rivela traumi originari di cui perdurano ancora gli effetti. L’Accordo DeGasperi-Gruber e la sua attuazione con lo Statuto regionale del 1948 hanno sì riconosciuto al Trentino una autonomia provinciale paritetica a quella di Bolzano, nel quadro regionale, ma hanno nel contempo mutato nel profondo la sua dimensione geopolitica e identitaria. La cessione a Bolzano di 11 fiorenti comuni mistilingui sull’asta dell’Adige, e la contemporanea cessione dei comuni germanofoni dell’Alta Valle di Non, con la conseguente rinuncia alle sorgenti di due importanti corsi d’acqua quali la Novella e la Pescara, nonché di un passo strategico quale è quello delle Palade, hanno comportato mutilazioni la cui rilevanza non è mai stata valutata appieno.

Accanto a questo, sono da tenere in conto mutamenti negli assetti culturali e identitari del Trentino. Da quando fu fondato lo “Splendidum Municipium” di Trento, il suo territorio è stato nel contempo area di confine e sede di insediamenti di popolazioni alloglotte. La stessa “Tavola Clesiana” del 46 dopo Cristo, null’altro fu che l’inclusione, mediante il conferimento della cittadinanza romana, delle tribù retiche che popolavano la Valle del Noce, nel Municipio trentino. Altrettanto avvenne, in circostanze storiche del tutto diverse, colle popolazioni germaniche che si insediarono nel corso dei secoli nei peraltro variabili confini del territorio trentino. Basterà ricordare che ai tempi di Bernardo Clesio, Bolzano apparteneva al territorio del Principato vescovile di Trento.

Ora, con lo Statuto del 1948 e la conseguente “pulizia etnica” a rovescio, il Trentino divenne area” italiana al cento per cento”, divisa con un confine etnico, eretto e blindato con norme costituzionali, dal mondo tedesco e, nel contempo, principale responsabile della sopravvivenza e dello sviluppo della Regione a Statuto speciale Trentino Alto Adige, cui era affidato il compito storico di assicurare, al di sopra delle Province, convivenza e collaborazione fra nazionalità tradizionalmente in conflitto, a ridosso del confine cruciale del Brennero.

Come si può constatare, fattori geopolitici di carattere nazionale e internazionale hanno avuto un ruolo decisivo nella storia delle nostre istituzioni, anche se l’iconografia ufficiale nostrana sembra non tenerne debito conto. Ha il Trentino adempiuto ai compiti che la storia gli aveva assegnato? La risposta non può essere positiva, anche se bisogna rifuggire da giudizi liquidatori. Se dopo il 1948 la classe dirigente trentina avesse assicurato una gestione paritaria della Regione con i Sudtirolesi, rinunciando a pretese di supremazia fondate sulla maggioranza etnica italiana, forse non ci sarebbe stata la rottura con essi. Ma anche dopo, con il secondo Statuto, è emersa, nella classe dirigente trentina, una sostanziale incomprensione del ruolo nazionale e internazionale assegnato al Trentino, in quanto parte italiana dei multietnici assetti autonomistici della regione, dalle circostanze della storia, e innanzitutto dal crescere del progetto europeo.

La chiaroveggenza e la tenacia di Aldo Moro avevano consentito di superare la crisi, con il secondo Statuto, conservando integri i fondamentali assetti della istituzione regionale, e le sue competenze politiche, ordinamentali e di garanzia. Ma la nuova classe dirigente sopravvenuta, inclusi i partiti che subentrarono al PCI, dimostrarono una totale incomprensione del ruolo vitale che la Regione manteneva, e della sua valenza a livello nazionale ed europeo.

Di qui la sistematica spoliazione delle sue competenze e delle sue risorse, mediante lo strumento della delega alle Province. E’ un processo che dura tuttora, e che non è invertito dalla pur rilevante attribuzione alla Regione delle potestà amministrative statali degli uffici giudiziari. Un solo fatto valga per tutti: grazie agli emendamenti dei parlamentari trentini, nella riforma costituzionale, poi bocciata con il referendum di dicembre, era previsto che la Regione a Statuto speciale Trentino Alto Adige, fosse l’unica a non avere il diritto di eleggere i propri rappresentanti nel Senato delle  Autonomie!

Questa politica ha generato la diffusa convinzione, che la Regione sia ridotta a ente residuale e di facciata, e che le uniche reali istituzioni di autogoverno siano le Province. Ma da questo nasce l’interrogativo di quale legittimazione avrebbe oggi la Provincia di Trento, italiana al cento per cento, priva di una presenza significativa di minoranze linguistiche ladine, (dal momento che si nega il riconoscimento dei 50.000 ladini retici della Valle del Noce) e soprattutto tagliata fuori dal secolare vincolo consociativo con i sudtirolesi e con il mondo tedesco, oggi impersonato dalla Regione, a godere di un’autonomia speciale.

E’ un interrogativo cui né il richiamo agli ottocento anni di investiture dei Principi Vescovi di Trento, né quello alle nostre antiche tradizioni di autogoverno, sembrano in grado di rispondere.

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Sergio De Carneri
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