A cavallo della Brexit, fra il Kent e la city. Modeste riflessioni di un emigrato consapevole

A cavallo della Brexit, fra il Kent e la city. Modeste riflessioni di un emigrato consapevole
marzo 14 08:56 2017 Print This Article

Mi trovo a Londra da ormai un anno e da lavoratore emigrato sto vivendo il percorso confuso di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La famigerata Brexit sembra ormai alle porte. Non si sa come e quando, ma presto arriverà, anyway. Lo ha voluto il popolo inglese, quello delle periferie, quello impaurito dall’invasione dello straniero, quello che forse non conosce interamente il significato di Europa e non ne coglie pienamente le straordinarie opportunità. Numerosi sono i tentativi di marcia indietro e i correttivi, non ultimo l’appello dell’ex inquilino del numero 10 di Downing Street, Tony Blair. Alcuni sembrano ripensarci, altri aspettano i risultati economici a medio termine.

Il Regno Unito viaggia su due binari ben distinti, anche geograficamente. Da un lato c’è Londra con i suoi nove milioni di abitanti, con un Sindaco di origine pakistana e di confessione musulmana, con i suoi quartieri che sembrano un puzzle delle varie nazioni del globo. In ogni stazione della tube, in ogni chiosco, ad ogni corner respiri un’aria di appartenenza al mondo intero. Diciamolo chiaramente: tutto sono qui per fare business, per cercare una possibilità. Londra è la città con il quinto PIL al mondo. Qui l’osso è ancora da spolpare e per ora sembra che nessuno badi alle differenze culturali o religiose: ognuno va per la propria strada nel rispetto del percorso dell’altro. Lingue, cibi e storie in armonia tra loro. Forse è un equilibrio precario, ma funziona. Il voto dello scorso giugno nella Capitale è stato un plebiscito per rimanere in UE. C’è chi ha votato per maggiore apertura verso il mondo, abituato a vivere a contatto con la diversità, chi ha votato per mero interesse verso il proprio business. La City non potrebbe mai sopravvivere senza l’emigrazione, europea ed extraeuropea. Londra vive letteralmente nel suo mondo, una particolarità forse unica.

L’altra faccia è il Regno Unito delle periferie, dal Galles a Dover, da Brighton a Newcastle. La Scozia non la cito per non annoiarvi troppo, è un caso a parte. La paura del diverso e il diffuso malcontento, che caratterizza molti luoghi dispersi sull’isola, hanno fatto sì che il referendum si spostasse sul Leave. Lo si vede dagli adesivi sui cassoni dei camion e sui vetri delle auto, sulla propaganda penzolante e inzuppata di pioggia che ricopre ancora i muri. Qui la gente non ha avuto dubbi e ha scelto di uscire da un’entità di cui non conosce a fondo l’anima. Per questa gente il mondo finisce sulle scogliere bianche e il porto di Calais sembra la tana del lupo.

Da qualche mese vivo letteralmente a cavallo tra questi due mondi, su un confine che geograficamente si colloca all’altezza di Bexleyheath sulla direttrice sud-est. Tutti i giorni passo questa linea impercettibile con la mia auto per lavorare in “provincia”. Quando la sera ritorno a Londra ringrazio di potermelo permettere. Ho scelto di fare il pendolare, anziché trasferirmi in Kent perché amo l’atmosfera londinese, mi sento accolto e voglio vivere questa esperienza di viaggio continuo nel mondo, pur non salendo su alcun aereo.

Prima di accettare il mio attuale lavoro in Kent, ho sperimentato un classico dell’italiano emigrato in Regno Unito: il lavoro in cucina. È stata un’esperienza straordinaria, anche perché vissuta proprio nel momento del referendum. Ricordo benissimo quella mattina del 24 giugno: mi svegliai e mi accorsi che i sondaggi pro-Remain, che mi avevano fatto dormire sonni tranquilli, erano stati ribaltati completamente. Ricordo l’amarezza di quelle ore, ricordo di averla combattuta scattando una foto del mio passaporto e postandola su Facebook, commentando: “Meglio portarlo con me oggi, non si sa mai!”. Attimi di ironia che servono a sconfiggere il dramma. La gente in metro sembrava la stessa, come se non fosse successo nulla, tutti leggevano i giornali con indifferenza. Al lavoro si scherzò e il capo ci disse che oggi la cucina doveva chiudere perché nessuno era inglese. Simpatico.

Come sempre succede in questi casi i commenti a caldo furono molti e confusi. Dopo poche settimane la situazione già si era sedimentata e tutti parlavano del come uscire, se uscire e quando. Il weekend fece il suo, tra gli Europei di calcio ed una birra al pub tutto ritornò alla normalità quotidiana. L’ironia ritornò in occasione di Inghilterra-Islanda, quando i vichinghi sconfissero a sorpresa gli inglesi per 2-1, dichiarando ufficialmente l’uscita dall’Europa.

Non mi ritengo informato e dotato degli strumenti per analizzare a fondo, ma penso che la questione abbia radici anche nel passato. La presenza del Regno Unito in Europa è sempre stata ambigua, non a caso si decise per l’autonomia economica di Londra rispetto a Bruxelles. Qui non si sentono così europei come possiamo sentirci noi giovani italiani, francesi, spagnoli o tedeschi. Qui si sentono inglesi prima di tutto. E su questo non c’è nulla di male, non sono mai stato contro il nazionalismo sano. Solo una cosa vorrei sottolineare: il Regno Unito conosce l’emigrazione moderna da molto più tempo rispetto a Paesi come l’Italia. Qui si accoglie fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e ancora prima. L’Impero Britannico ha sempre fatto i conti con lo straniero, del resto è stato padrone del mondo per secoli. Per questo ancora non riesco a cogliere il motivo della decisione di uscire. Come mai si protesta ora contro la visita di Donald Trump, sostenitore di Brexit? Lo si dovrebbe accogliere come un eroe, un salvatore, un amico.

Alcuni qui sostengono che l’emigrazione non sia stata controllata in passato e che sia sempre stato troppo facile venire qui a vivere e lavorare, o peggio approfittare dei benefits dello Stato. “I polacchi e i rumeni si prendono i sussidi che spetterebbero alle famiglie povere inglesi!”. Queste sono le frasi mormorate fuori Londra. E bersi una birra in un pub del Kent dopo lavoro non è così rilassante come sorseggiarla a Soho. Ti senti sempre osservato perché al bancone ordini da bere con un accento strano. Nulla di pericoloso, intendiamoci, ma è sempre una sensazione spiacevole.

Cosa sta succedendo, anche in Italia? Ho vissuto la vicenda del referendum costituzionale un po’ da lontano, votando per il SI e percependo la stessa ambiguità. Un distacco enorme tra il quesito del referendum e la campagna elettorale. Le ragioni del NO, le ragioni del Leave così lontane dalla realtà dei fatti. Il risultato? Un Paese bloccato, l’Italia, e un Paese a pezzi, il Regno Unito. La scissione del mio partito è l’ultimo dei drammi che vivo da lontano, rimanendo pur fedele all’idea originale.

Se da un lato provo nostalgia del mio Paese per il cibo, per la gente, per il clima, non ne provo molta per il panorama politico. Mi manca solamente il condividere le riflessioni con amici e conoscenti, come le persone di Ripartiamo Da Te, che hanno percorso con me un cammino attivo prima che mi trasferissi.

Non è mia intenzione paragonare queste modeste riflessioni e sensazioni a quelle di chi scappa dalla guerra proprio in questo momento o chi ha attraversato l’oceano dalle nostre valli trentine per cercare fortuna e sradicarsi completamente. La mia scelta di vita qui in Regno Unito non è una scelta di necessità, non è stata un obbligo. È stata una scelta ponderata e mi ritengo fortunato in questo senso. Per alcuni anche qui in Regno Unito è ancora una scelta obbligata e bisognerebbe far sì che tutti possano decidere liberamente di vivere nel proprio Paese o in un altro. Un sogno.

Non è mia intenzione nemmeno giudicare il popolo inglese per questa sua decisione affrettata. Sono riconoscente verso questo Paese nonostante tutto, perché mi è stata data una possibilità concreta, forse una delle ultime d’ora in poi.

 

Marco Laezza

Londra, 26 febbraio 2017

  Article "tagged" as:
  Categories:
view more articles

About Article Author

Marco Laezza
Marco Laezza

View More Articles